Segretario del pds



Relazione Introduttiva di Massimo D'Alema

Carissime compagne e compagni, cari amici che rappresentate le forze politiche del nostro Paese, vi ringrazio per essere qui. Finalmente ci siamo trovati qui tutti insieme. Avrei voluto presentarmi a voi con una relazione breve ed asciutta: e invece sar� lunga e travagliata, come la strada che ci ha portato fin qui, anche per la necessit� di calare la nostra discussione nel confronto attuale; di rispondere, come sempre si deve fare, con scrupolo alle obiezioni; di chiarire le nostre ragioni. Noi oggi cominciamo un cammino che si concluder� con la fondazione di una nuova grande forza della sinistra italiana. Qui ne gettiamo pi� che le fondamenta; prendiamo le decisioni pi� importanti che reggeranno un lavoro di costruzione e di radicamento nella societ�. Questo percorso ci permetter� di affrontare da protagonisti la sfida pi� ampia: orientare e guidare la globalizzazione, essere la forza che immagina il futuro e che non rinuncia ad avere un respiro mondiale. Noi che siamo qui non rappresentiamo una forza residuale: siamo una risorsa della democrazia italiana, un patrimonio radicato nella coscienza di milioni di donne e di uomini, che guardano a noi con un sentimento di partecipazione e di fiducia. A tutti loro � rivolto il messaggio che uscir� da qui, dal confronto di questi giorni, dalle scelte politiche, organizzative, statutarie, che insieme approveremo.

Ognuno di noi proviene da storie diverse. Grandi vicende collettive, itinerari culturali tormentati, percorsi individuali, scelte razionali, ma anche passioni e tensioni emotive che sono state il lievito della sinistra in questo secolo, ne hanno consentito la crescita e la vitalit�, ma hanno creato anche rigidit� ideologiche: le nostre identit� talora hanno cercato la ragione di s� nella negazione delle ragioni degli altri.

Troppe volte la sinistra ha compiuto l’errore di vedere il nemico pi� nel vicino che non nell’avversario. Per questo ritrovarci ha un valore particolare, � il segno tardivo, forse, ma inequivocabile di un mutare del tempo � la prova che le ragioni delle fratture sono nel passato. Fanno anch’esse parte dell’identit� di ciascuno: non chiedono rimozioni, n� vendette. Si possono, si debbono studiare e comprendere, ma non � pensabile riprodurle. Oggi � il tempo dell’unit�. Unit� di valori, di principi, di programmi, di idee. Unit� come progetto politico che considera la necessaria diversit� delle radici, delle culture, delle identit�. Nessuno di noi oggi sceglie di rifondare la propria corrente. Decidiamo invece di costruire insieme una forza nuova.

C’� chi a sinistra, dopo il terremoto della grande crisi che abbiamo alle spalle, ha pensato che si dovesse rifondare la sinistra, le sinistre che c’erano prima. Noi rispettiamo questa scelta, rispettiamo chi l’ha compiuta sia nell’area socialista sia nell’area comunista. Abbiamo per� fatto una scelta diversa: quella di fondare insieme una nuova sinistra. Siamo convinti che questa scelta sia pi� innovativa e pi� feconda e pi� carica di futuro per quanto riguarda noi, cio� quella parte della platea che � il PDS. Questa scelta non � improvvisata, ma � l’evoluzione coerente della svolta del 1989. Achille Occhetto a Rimini disse: "E’ essenziale sentire insieme che di fronte agli sconvolgenti mutamenti del mondo tutta la sinistra ha la necessit� di riformulare l’analisi e la strategia. Si tratta di un processo che dovr� coinvolgere le varie sensibilit�, cattoliche, ambientaliste, femministe, laiche, che compongono lo schieramento progressista in Italia. E’ dentro questo processo storico che diventer� concreta la possibilit� dell’unit� di tutte le forze che si richiamano alla prospettiva socialista".

Io credo che ci� che facciamo oggi si muove nel solco di ci� che decidemmo nel gennaio di sette anni fa. Cos� vogliamo che sia. Speriamo che lo si comprenda. Vorrei dire scherzosamente che non posso giudicare se sia davvero cos�: non sono un esperto in "svolte". Ma spero che chi � pi� esperto di me voglia giudicare in modo non prevenuto, con serenit�, l’ispirazione di ci� che facciamo oggi.

In questa ambizione non siamo stati soli, ch� da soli sarebbe stato difficile mettere a confronto identit� e culture. Altre forze si sono mosse nella stessa direzione, con un cammino faticoso dove non sono mancati gli ostacoli e i momenti di difficolt�. Abbiamo dovuto superare le diffidenze, la paura che una ricerca comune potesse annullare l’identit� di qualcuno. Sono affiorati e torneranno ad affiorare irrisolti problemi storici, culturali, politici.

Ma oggi abbiamo la convinzione di poter costruire il nuovo senza estirpare le radici sane. Riconoscere l’esistenza e la cultura degli altri: questa era e rimane la condizione perch� il progetto che avviamo possa sviluppare le sue potenzialit�.

Ho sempre pensato che bisogna avere rispetto del passato, di quello proprio ma anche di quello degli altri, perch� discutere insieme e costruire insieme implica prima di tutto un uso degli argomenti, delle parole, delle idee che non appaia e che non sia reciprocamente distruttivo. E’ difficile camminare insieme con qualcuno che non si � disposti a stimare e di cui non si � disposti a comprendere le ragioni. Questo vale per tutti.

Ma io credo che questo modo di ragionare sia anche il modo migliore per comprendere fino in fondo la storia della sinistra italiana, per ricostruire il filo di una storia comune al di l� delle asprezze che in tanti momenti hanno segnato il rapporto fra le diverse componenti della sinistra.

La nostra � una storia comune sin dalla descrizione della identit� dei due grandi partiti che ne hanno rappresentato le componenti fondamentali, quasi due facce della stessa medaglia, quasi due volti della stessa anomalia italiana: un grande partito comunista, il pi� grande dell’occidente, radicato nelle cooperative, nei municipi, nel rapporto capillare con le persone e con i loro bisogni, assai pi� simile dunque alla costituzione materiale di una socialdemocrazia europea che non � quella di un partito comunista classico. Il Pci ha messo in campo un suo peculiare gradualismo democratico, una sorta di riformismo comunista "dal basso", incapace tuttavia di misurarsi con la sfida del governo della societ� italiana. Dall’altra parte c’� stato un partito socialista capace in pi� di un momento della sua storia di una grande innovazione politica e culturale, un partito socialista con un segno libertario ma largamente sradicato da quel referente sociale che � stato il tratto tipico del riformismo europeo, e anche per questo pi� debole nell’imprimere il proprio segno riformista alla politica nazionale. Quando ne avremmo avuto bisogno nel passato non ci siamo aiutati, e questo ha preparato la sconfitta di entrambi questi partiti. Pi� che ascoltarci abbiamo preferito pensare gli uni e gli altri che si potesse attendere la disgrazia del vicino.

Alla fine la crisi del Pci � nata non solo dal crollo del comunismo, ma dopo un lungo periodo di statico isolamento e di consunzione. Mentre il socialismo italiano, negli anni Ottanta, abbandonata l’ambizione riformista si riduceva a contrattare una quota via via pi� consistente del potere, del vecchio potere, fino alla sua sconfitta politica e a un ripiegamento morale.

Ma vedete, sono due facce della stessa sconfitta. Ecco perch� non � pi� tempo di recriminare. Debolezze e divisioni hanno impedito alla sinistra di guidare il Paese, per un lungo periodo storico, e tuttavia questa sinistra ha impresso un suo segno nella vita nazionale. Per quanto divisa, per quanto diversa dalle grandi sinistre riformiste dell’Europa, questa sinistra sul terreno dei diritti civili e sociali, della lotta per l’occupazione, della conquista di un welfare all’italiana ha impresso un suo segno alla realt� del nostro Paese. Ha affondato le sue radici nella societ� e nella storia nazionale, altrimenti noi non potremmo capire perch� all’appuntamento con la grande crisi la sinistra ha saputo essere protagonista.

Ci sono uomini, nel passato della sinistra italiana, come � Antonio Giolitti o come fu Alfiero Spinelli, che sono la testimonianza con la loro vita e la loro militanza di questo intreccio di storie. Uomini che da un’originale militanza comunista scelsero poi per antistalinismo di approdare al riformismo socialista o laico, e che poi di fronte alla crisi di quel riformismo scelsero di ritornare a fianco di quel partito comunista che avevano abbandonato nel momento in cui questo allentava il suo legame di dipendenza culturale e politica con il mondo sovietico e le sue degenerazioni. Uomini che hanno potuto – beati loro, si direbbe – privilegiare la propria individuale coerenza, mentre altri sono stati partecipi di una vicenda collettiva, fatta anche di errori e di contraddizioni.

Questi esempi, queste geografie, dimostrano quanto intrecciata sia la storia della sinistra italiana, quanto sia difficile intenderne il senso, ciascuno guardando soltanto ad una parte. Ognuno si porta addosso la sua storia, nel bene e nel male, ma se noi la guardiamo in modo sereno e oggettivo capiamo anche perch� la grande crisi che si � sviluppata tra il 1989 e il 1992, quel terremoto nel quale hanno cessato di esistere i partiti storici della sinistra, non sia stato un lutto da elaborare. E’ stato un grande evento liberatorio, che ha spezzato una continuit� politico-organizzativa, che ha costretto la sinistra e ciascuno di noi individualmente a ripensare le sue ragioni profonde al di fuori di una rassicurante continuit� burocratica, a rifondare le ragioni del proprio impegno individuale e collettivo.

Noi non siamo qui per fare l’autocritica sul congresso di Livorno. Siamo qui, donne e uomini, per guardare al futuro e per guardarci intorno, a cominciare dalla presa di coscienza che questa sinistra italiana � assai pi� ampia, pi� radicata nella societ� di quanto non appaia dal rapporto tormentato di amore e di odio tra comunisti e socialisti. C’� un riformismo cristiano, un cristianismo sociale che viene in campo con una propria autonomia ideale e culturale nel momento in cui finisce il tempo dell’unit� politica dei cattolici. E’ una sinistra cristiana che � cresciuta fuori e dentro la Dc e che oggi si colloca, ecco la novit�, come componente culturale, come espressione di una scelta collettiva e non pi� individuale, all’interno di una sinistra nuova, portandovi l’apporto fecondo della propria cultura, della propria visione della societ� e della storia.

C’� una sinistra laica in questo Paese, che forse e anzi certamente non ha mai avuto una dimensione di massa, ma che nella sua storia ha avuto una grande influenza nella vicenda italiana. Ha contribuito alla maturazione di un senso dello Stato, di una coscienza dell’interesse generale del Paese, di una visione europea. Ha affermato nella sinistra valori liberal-democratici che oggi sentiamo come preziosi per affrontare la sfida del presente. Oggi il processo che si avvia andr� misurato sul terreno delle idee, dei programmi, della capacit� di gettare il cuore oltre l’ostacolo, e non soltanto sulla quantit� delle forze che giungono a questo appuntamento. Noi dobbiamo scommettere sulla capacit� di presa, direi sul fascino di una grande forza politica plurale, capace di mettere insieme tradizioni, storie, persone diverse e capace di affermare il primato dei contenuti e dei valori sulle divisioni. Lo dico con rispetto anche a quanti continuano a guardare con diffidenza a questo progetto, a quanti vogliono difendere una propria identit�, temendo di metterla nel crogiolo dell’esperienza comune. Noi rispettiamo le loro scelte, ma continueremo a lavorare perch� anch’essi vengano con noi all’appuntamento di una nuova sinistra.

La costituente che oggi si apre avr� successo se saremo alla fine pi� di quanti oggi siamo qui.

E questo dipender� in una misura determinante dal modo in cui noi donne e uomini di una vecchia sinistra sapremo misurarci con le forme nuove in cui si esprime un bisogno di uguaglianza, di solidariet� e di libert�. Con il movimento e la cultura delle donne, e con le trasformazioni che ha introdotto nell’ordine stesso delle societ�, nella sfera del lavoro, nel linguaggio, nei poteri, nella sfida per una ridistribuzione delle opportunit� di vita fra i generi. Con i movimenti che esprimono una coscienza ambientalista, con i movimenti per i diritti umani e civili, con quelle forze del volontariato e della solidariet� che sono in modo assai concreto la testimonianza del radicamento dei nostri valori oltre i confini della politica. Io considero di straordinaria importanza che 500 esponenti di questo mondo, di questo arcipelago abbiano deciso di aderire con le loro motivazioni alla nuova forza della sinistra che vogliamo costruire. Essi ci porteranno un contributo prezioso. Sono percorsi che trovano adesso un punto d’incontro, un laboratorio , uno strumento che prima non c’era e che dovr� essere utilizzato bene da tutti. Non c’� nulla di strumentale in questa scelta.

Qui siamo all’inizio di un lavoro comune: ognuno l’affronti con la giusta dose di orgoglio, potendo con orgoglio rivendicare il cammino che ha percorso. Questo � lo spirito giusto.

Ciascuno poi si porta addosso le sue cicatrici. E’ stato scritto che la strada che percorriamo nel tempo � coperta delle macerie di tutto ci� che cominciavamo ad essere e di tutto ci� che avremmo potuto diventare. Sono le cicatrici della crescita, quelle di cui non ci dobbiamo vergognare ma dalle quali non possiamo pi� dipendere.

Anche per questo ora finalmente il cantiere � aperto. Il cantiere della nuova sinistra � al centro della trasformazione del Paese, � al centro della costruzione di una nuova democrazia per l’Italia e di quello straordinario processo che � il nostro diventare Europa.

In questi anni si � giocata una partita decisiva tra un vecchio sistema che aveva esaurito ogni funzione storica e le nuove opportunit� del bipolarismo. Hanno prevalso le seconde e tutti noi abbiamo potuto mettere le nostre virt� al servizio del Paese, facendoci carico dei problemi in una prospettiva di governo. Abbiamo rappresentato un punto di riferimento nella transizione italiana, abbiamo contribuito a fare emergere, pur tra mille difficolt�, una nuova classe dirigente che proviene dai partiti e dalla societ�, dal mondo del lavoro, delle professioni e degli studi. E’ una classe dirigente oggi alla prova del governo delle citt�, delle provincie, delle Regioni, dello Stato, che costituisce una risorsa importante di questa nuova stagione democratica.

L’Italia ha trovato una sinistra terremotata, divisa, frammentata, ma capace di esprimere un proprio senso dell’interesse nazionale, una propria idea della coesione sociale e della solidariet�, una cultura europea che ha risollevato le sorti del nostro Paese. Per questo questa sinistra ha conquistato il governo. Anche la politica, dopo gli anni bui di una crisi che poteva travolgere tutto e tutti, pare ritrovare una sua funzione, una vocazione che le restituisce il suo valore pi� autentico. Noi siamo stati questo, e senza questo io credo che l’Italia non avrebbe superato il passaggio che ha vissuto. Il nostro Paese ha corso il rischio reale di una bancarotta economica, finanziaria e morale, ha camminato sull’orlo del baratro e alcuni, non pochi, ci davano per spacciati. Potevamo non farcela, e il prezzo da pagare sarebbe stato drammatico prima di tutto per le generazioni pi� giovani. Invece il Paese non solo � in piedi, ma cammina: e il merito � anche delle scelte che abbiamo sostenuto in questi anni, del governo dell’Ulivo che regge il Paese e lo porta in Europa, degli uomini, da Romano Prodi a Walter Veltroni, che questo governo guidano. Non so se il risanamento dei conti pubblici sia un’azione di sinistra o di destra, anzi so che in altri paesi � stata la destra a svolgere questa funzione. Ma so che questo andava fatto per il bene dell’Italia, e noi lo stiamo facendo, naturalmente con quell’attenzione alla equit� e alla coesione sociale che segna l’identit� della sinistra.

Abbiamo reso un servizio al Paese perch� i sacrifici che sono stati compiuti, quell’equilibrio difficile tra scelte impopolari e consenso necessario richiedevano volont�, determinazione, ma anche radici sane. Per ottenere certi risultati non bastano le buone intenzioni: occorre anche l’autorevolezza e la credibilit� di una nuova classe dirigente a cui non si possa dire: "Volete che stringiamo la cinghia per rimediare ai pasticci che avete fatto proprio voi".

Voglio dirlo con semplicit�: un rigorismo privo della cultura politica che la sinistra e il movimento sindacale hanno messo in questa sfida, con ogni probabilit� non ce l’avrebbe fatta.

Il Paese invece ha capito, ha dato fiducia e anche per questo oggi si allarga il consenso intorno a chi governa. Lo stesso ponte con l’Europa, incerto e traballante fino all’altro ieri, ci appare pi� stabile. La stampa internazionale si meraviglia dei risultati ottenuti. Pochi oramai ironizzano sugli italiani "pasticcioni" e con le mani bucate. Riaffiora persino un certo orgoglio dai giornali, dai commenti, dai volti quando i nostri ministri si recano all’estero e stupiscono tutti perch� sono gli stessi da quasi due anni e resteranno ancora, io credo, a lungo. Penso che anche gli imprenditori ringrazieranno, anche quelli che sulla nostra esclusione dall’Europa avevano contato, e non solo simbolicamente.

L’aspetto veramente pi� importante � in una nuova cultura di impresa, pi� moderna. Finalmente si affaccia quella generazione che ha capito quanto l’Europa, cio� l’unione politica ed economica che ci vedr� protagonisti alla pari, servir� prima di tutto a loro, al rinnovamento, alla competitivit� ed anche allo svecchiamento del capitalismo italiano.

Dunque se siamo qui � anche per rivendicare una strategia democratica di governo: quella cio� che ha impresso il suo segno sul risanamento e la rinascita dell’Italia, quella che ha cercato di dare forma ad un patto sociale tra governo, imprese, sindacati per condurre il nostro Paese in Europa.

L’Italia ha compiuto uno scatto, ha cambiato passo: si � iniziato a guardare oltre l’interesse immediato, e questo anche perch� una nuova classe dirigente messa alla prova ha dimostrato capacit� e coraggio.

Continuo a vedere in questo la novit� pi� significativa che l’Ulivo ha introdotto nella vita politica italiana: avere organizzato un campo di forze che prima avevano camminato in direzioni diverse, averlo fatto nel rispetto delle varie culture, ma contemporaneamente costruendo un progetto ed un programma comuni.

Entrare in Europa sar� il primo passo di una sfida difficile, nella quale l’Italia non potr� pi� ripararsi dietro vecchie difese. Non sar� pi� possibile fondare la nostra competitivit� sulla debolezza della lira, non ci sar� pi� spazio per furbizie. Siamo all’inizio di una fase che presenter� problemi e opportunit� del tutto nuove, e in pochi mesi quelli che finora abbiamo indicato come partners europei, e che sono nostri partners nella costruzione dell’Europa, saranno i nostri competitori in un mercato aperto e in una sfida in cui conteranno non solo la competitivit� delle imprese, ma anche l’efficienza dei sistemi, la capacit� di innovazione, la coesione. Sar� giocoforza bruciare le tappe, se vorremo fissare con gli altri le regole del comportamento economico, della convivenza civile per i prossimi anni.

Per entrare in Europa abbiamo dovuto tagliare e risparmiare, per rimanerci da protagonisti bisogner� per forza cambiare. Formazione, lavoro, infrastrutture, servizi: sono questi i nodi della modernizzazione del paese, ed � qui che si misurer� la forza e l’autonomia di una vera cultura riformista, che sceglie di investire sul futuro dell’Italia e prima di tutto su chi ha meno di trent’anni, sulla nuova generazione.

Ci sono le condizioni per farlo: inflazione bassa, tassi di interesse contenuti, saldi positivi della finanza pubblica, tasso del risparmio in aumento. E’ un’occasione straordinaria, mai presentatasi cos� nella storia nazionale, per trasformare il nostro Paese. Certo, deve cambiare prima di tutto un modo di pensare.

Una nuova strategia per l’occupazione non pu� limitarsi a riscoprire strategie pensate per altre epoche, deve puntare a rendere competitivo l’intero sistema economico, deve creare istituzioni che ci facciano entrare a pieno titolo in un’economia globale, e del resto solo un mutamento delle istituzioni economiche potr� misurarsi con la dimensione tutta italiana della disoccupazione del Mezzogiorno, laddove si registra la forbice massima tra le potenzialit� di sviluppo e gli ostacoli di un tessuto sociale e istituzionale drammaticamente inadeguati. Questa contraddizione non si risolve soltanto con una iniezione di flessibilit� sul mercato del lavoro (questa pu� essere una delle condizioni per allargare lo spettro delle opportunit� di impiego e di utilizzo del tempo da parte di molti), ma anche con una maggiore flessibilit� del capitale, nel senso degli investimenti e della destinazione del risparmio, di una nuova cultura della allocazione delle risorse.

Serve un’impresa moderna che investa sull’innovazione, che si misuri sul mercato, fuori da vecchie protezioni e statalismi. Le stesse privatizzazioni diventano uno strumento essenziale per una politica industriale efficace, se non si riducono al passaggio da monopoli pubblici a rendite private, se privatizzare serve, come deve servire, per instaurare nuovi assetti proprietari, per allargare il mercato, per liberalizzarlo, per portare sul mercato nuovi soggetti. Regole nuove e trasparenti dunque, per irrobustire la presenza, la specializzazione, la competitivit� dei nostri gruppi industriali, il che significa anche sistemi finanziari organizzati ed efficienti, un mercato azionario sprovincializzato e aperto a soggetti nuovi. Flessibilit� per tutti, ecco la sfida, e diritti per tutti.

Se non vogliamo che le innovazioni vengano concepite esclusivamente altrove, dobbiamo concentrare le risorse nella ricerca, nella formazione, nella costruzione di un ponte fra scuola, universit� e mercato. E a questo livello la flessibilit� � prima di tutto una rottura culturale.

Bisogna formare un lavoratore che cambier� impiego pi� volte nel corso della vita, che alterner� fasi di lavoro a fasi di aggiornamento. Ci sono gi� questi lavoratori e se noi non ce ne rendiamo conto, se noi pensiamo di difenderli come se essi fossero ancora gli operai della vecchia catena fordista, noi non li difendiamo e non li rappresentiamo.

Si sta formando una societ� pi� aperta e pi� mobile. La sinistra non deve temerla, ma deve incoraggiarla. Una societ� che continua a privilegiare l’anzianit� e la rigidit� delle carriere non ha futuro. Noi dobbiamo stare dalla parte di chi vuole entrare, non di chi tiene la porta chiusa.

Noi dobbiamo investire sulle risorse pi� preziose, le persone, il territorio, il patrimonio artistico, le citt�, e dobbiamo recuperare un’intelligenza italiana dispersa: intellettuali, scienziati, artisti che il mondo si contende e che altri valorizzano pi� di noi. Premi Nobel, direttori di fondamentali istituzioni scientifiche internazionali, musicisti. Io sono rimasto colpito dal modo in cui alcuni fra questi hanno mostrato sensibilit� immediata verso il progetto di una nuova fondazione culturale. Si � detto malignamente perch� siamo al governo, perch� vogliono qualcosa da noi. Non so che cosa possono volere da noi un musicista che dirige la pi� importante istituzione europea in questo campo, un premio Nobel della fisica che dirige anch’egli una delle principale istituzioni scientifiche del mondo. Non credo che vogliano qualcosa da noi. Siamo noi che chiediamo qualcosa a loro: tornate qui, abbiate fiducia nel vostro Paese che sta cambiando. Tornate per guidare una generazione di studiosi, di ricercatori, di professionisti che rappresenta la risorsa insostituibile per l’avvenire dell’Italia. Nella politica, almeno per quanto ci riguarda, non troverete un ostacolo ma un amico.

Modernizzare il Paese dunque, incidere in profondit� sugli apparati, sulle modalit� di sviluppo: questa � la sola strategia che oggi abbia un senso. Si impone di investire su infrastrutture adeguate ed efficienti, sulla qualit� delle telecomunicazioni, delle reti di trasporto, dell’energia, perch� � l� che si misurer� l’effettiva possibilit� di crescita di una moderna economia. E bisogna cambiare lo Stato, la sua organizzazione, il suo modo di funzionare. Uno Stato che spenda meno ma meglio. Uno Stato non soffocato sotto il peso di un sistema assistenziale insostenibili, ma capace di riformare il welfare, sapendo che il vecchio sistema di protezioni sociali � stato plasmato sugli interessi di categorie ristrette di cittadini ed esclude una larga maggioranza delle donne e dei giovani.

Uno Stato moderno non � uno Stato che scompare. Questa soluzione � stata sperimentata nello scorso decennio dal neoliberismo, ma con risultati non positivi. Uno Stato moderno � quello che si riforma, che conquista un livello pi� elevato di efficienza, che gestisce di meno perch� sa guidare, incoraggiare meglio lo sviluppo. Uno Stato moderno � quello che interviene laddove � pi� urgente e necessario un salto di qualit�, laddove bisogna concentrare le risorse, razionalizzare gli interventi e le priorit�. Una sinistra di governo che si presenti con questo messaggio pu� attrarre il consenso di molte ragazze e ragazzi, ma anche quello di forze dinamiche dell’economia e del mercato.

Una maggiore capacit� di accumulazione non ci spaventa affatto, anzi pu� essere all’origine di nuova occupazione, crescita e sviluppo. In questo senso noi abbiamo parlato e parliamo di un patto per la modernizzazione del paese, con la parte pi� moderna e avanzata del capitalismo italiano. Un patto per le riforme che fissando regole e principi diversi da quelli che hanno regnato sul passato, possa operare una revisione profonda della costituzione economica del Paese. Certo, attraverso la concertazione e il dialogo delle forze sociali. Questo metodo ha vinto in questi anni e su questo metodo bisogna insistere anche nell’affrontare la questione della riduzione dell’orario di lavoro.

Io non credo che sia utile al Paese, su questo tema cruciale, un confronto ideologico, nervoso. Contano il dialogo e la ricerca di soluzioni condivise. La riduzione dell’orario � una grande opzione del presente e del futuro, sta dentro i processi di riorganizzazione dell’economia e del lavoro in tutto il mondo sviluppato. Il Paese si trova nella condizione di affrontare gli impegni che sono stati assunti dal governo, il Paese � nelle condizioni di rispettare i patti su cui si fonda la stabilit� di governo: ma il buon senso e la logica consigliano di farlo con equilibrio, con moderazione. Si devono sperimentare e verificare gli effetti virtuosi di questa strategia per la creazione di nuovo lavoro e per una ridefinizione dei tempi di vita. Il tema dell’orario deve stare dentro una strategia per l’occupazione, una strategia che non pu� che tenere al centro la grande questione della emergenza meridionale.

Io credo che abbia fatto bene il sindaco di Napoli a ricordarlo qualche giorno fa a tutti noi, non soltanto al governo. Si potr� discutere di questo a sinistra? Io credo di s�, credo proprio di s�. Il governo avanzer� le sue proposte, ne discuter� con le forze sociali, discuteremo e il Parlamento far� la sua parte ma nella consapevolazza che una riforma di questo genere, una riforma che incide cos� profondamente sul modo di essere delle imprese e sul modo di lavorare dei lavoratori, non si pu� fare contro i lavoratori, il sindacato e le imprese. Si dovr� fare con loro e senza lacerare quella politica dei redditi, quella politica di tutti i redditi che, come ci ha detto Sergio Cofferati, ha consentito di combattere l’inflazione e di avviare il risanamento difendendo i redditi reali dei lavoratori. Questo � il grande miracolo italiano di questi anni. La soluzione, insisto, non � nel braccio di ferro, ma nella ricerca paziente di un punto d’incontro, di una soluzione efficace e coerente e a questa noi daremo, stiamo gi� dando un nostro contributo.

Care compagne e cari compagni, questo Paese sta cambiando. Bisogna procedere in fretta, perch� il tempo che si era perduto � molto. Alle nostre spalle c’� una transizione lunghissima, piena di contraddizioni, di momenti bui, ma anche animata da una tensione sincera verso le riforme. Oggi quella transizione deve giungere al suo naturale compimento, deve consegnare al Paese un nuovo sistema di regole e istituzioni adeguate agli impegni che ci attendono.

Il Parlamento ha comniciato a discutere della riforma della seconda parte della Costituzione. Lungi da me la pretesa di ritenere che quel testo, quella proposta organica che � di fronte al Parlamento sia un testo perfetto. Tante critiche sono legittime e di esse sar� giusto tenere conto. Un primo segnale il Parlamento lo ha dato: i sindaci avevano chiesto che nella Costituzione ci fosse la previsione delle citt� metropolitane, di quella nuova istituzione di cui si parla da molti anni senza riuscire a farla nascere. Il Parlamento ha detto s�.

Bisogna lavorare per correggere, per raccogliere le osservazioni giuste in un processo aperto. Ma � altrettanto utile che tutti, anche i critici pi� intransigenti, non rimuovano un dato della realt�. Se alla fine la riforma ci sar�, la democrazia italiana, questa nuova democrazia italiana del bipolarismo, sar� pi� forte, non pi� debole, e avr� un sistema di regole pi� vicino ai meccanismi delle grandi democrazie europee. Io rivendico la giustezza di una scelta: quella di costruire e definire nuove regole nel dialogo e nel confronto con gli altri, anche con i nostri avversari politici, che rappresentano milioni e milioni di nostri concittadini, perch� le regole appartengono a tutti. Questa ricerca non � stata segnata da oscuri compromessi n� da una sorta di alternarsi di assi variabili. Ogni quindici giorni se ne scopre uno nuovo: l’asse D’Alema-Berlusconi contro la magistratura, l’asse D’Alema-Fini a favore della magistratura, e altre fantasie di questo genere. C’� stato un confronto aperto in cui si sono misurate impostazioni diverse e in cui si � votato, accantonando ipotesi e cercando intese, come avviene normalmente in un processo democratico. Avrebbe potuto esserci alla fine una proposta pi� avanzata? Penso di s�, su alcuni punti lo avremmo preferito. In particolare sulla legge elettorale. Ma se si � giunti ad una intesa che ci appare meno avanzata, sappiamo tuttavia che quella � oggi l’intesa possibile. E a meno che qualcuno non sappia suggerirci come imporre il nostro punto di vista, � difficile cambiare Costituzioni e cambiare leggi elettorali se non con il consenso della maggioranza del Parlamento. Io capisco che poi alla fine molte critiche si concentrino su di noi, anche critiche a soluzioni che noi non abbiamo proposto, alle quali ci siamo arresi nel nome del principio democratico del consenso. E’ ragionevole che sia cos�. Siamo grossi, ci prendiamo le nostre responsabilit� e anche quelle degli altri. A volte sembra poco elegante che a criticare e a rimproverare ci siano anche taluni che quelle soluzioni oggi criticate hanno voluto. Ma anche questo accade, e come mi � capitato di dire qualche volta: "Ci vuole pazienza". Torneremo a discutere, e il processo costituente sar� un processo aperto.

In particolare io vedo la necessit� che si trovi un equilibrio pi� avanzato di quello oggi delineato dalla proposta di riforma nel rapporto fra l’assetto federale dello Stato e la nuova funzione di un Parlamento nel quale dovranno trovare adeguata rappresentanza anche le istanze del sistema delle autonomie e della democrazia decentrata. Sar� un percorso lungo, segnato da ostacoli, da difficolt�. Io credo che l’idea della riforma vincer� se camminer� in un rapporto diretto con il paese. Perch� una cosa deve essere chiara: non ci sar� una riforma contro qualcuno, contro i comuni, contro le Regioni, contro una parte politica, contro i giudici. La riforma dev’essere pensata e costruita nella ricerca del consenso pi� largo possibile. Certo, se guardo a come si � aperto il dibattito in Parlamento, mi pare che lo schieramento dei no finisca per sommare quelli che hanno scelto la via dello sfascio, quelli che scommettono sul fallimento della riforma perch� vogliono la lacerazione del tessuto nazionale e democratico e i nostalgici del passato.

Questa � la verit�. Alla fine ci renderemo conto che in questo Paese � difficile fare le riforme perch� ci sono i conservatori, anche se qualche volta il conservatorismo si nasconde dietro il volto del perfezionismo riformista. E’ una figura tipicamente italiana: si dice "No no bisognerebbe cambiare tutto! Quindi non val la pena di fare questo piccolo passo in avanti".

Come vedete, cari compagne e compagni, questa Costituente della sinistra non vivr� in un laboratorio tranquillo. Governare il Paese, non tradire la fiducia di chi ci ha votato, rendere stabile il nostro legame con l’Europa, completare le riforme costituzionali, ci sar� molto molto da lavorare!

Ma costruire una grande forza della sinistra non � altro. E’ parte di questo processo di trasformazione del nostro Paese. Saremo pi� Europa se l’Italia potr� contare su una sinistra forte, dotata di una solida cultura di governo. Proprio come avviene in tutti i paesi europei .

Sar� pi� forte il bipolarismo italiano se non solo la sinistra, ma tutti schieramenti in campo evolveranno nel segno delle grandi culture politiche dell’Europa.

In Europa, lasciatemi essere sincero e forse persino un po’ didascalico, non ci sono due, tre o quattro Internazionali Socialiste fra cui scegliere. In Europa c’� un Partito Socialista Europeo, e di questo fanno parte Tony Blair, Jospin, i socialdemocratici tedeschi, tanti altri e noi. Solo una fervida immaginazione, un certo provincialismo, una qualche interessata noncuranza per i fatti pu� rappresentare le cose come hanno fatto taluni editoriali di questi giorni. E, consentitemi di dirlo, c’� anche un gioco strumentale che tende a presentare ogni passo che compiamo, come insufficiente, vecchio, superato. In questo si esprime una volont� di rivincita verso una sinistra che ha vinto ed una campagna ideologica che tende a ridurre la nostra forza, la nostra influenza, la nostra funzione, il fascino della sinistra nel nostro Paese.

Noi non possiamo, non dobbiamo offrire una sponda a tutto ci�. Il socialismo europeo non � una cosa vecchia, � la pi� grande forza politica dell’Europa. Governa quasi tutti i paesi dell’Unione. E noi rivolgiamo un affettuoso augurio ai socialdemocratici tedeschi perch� essi avanzino nel completamento di questa funzione di governo. E’ anche in crescita dove sembrava difficile che tornasse a governare. Ad esempio in quell’Est europeo, dove - come dice Tony Blair nella nota intervista al Guardian vi sono oggi cittadini meno presi dalla frenesia del mercato, che hanno una visione pi� meditata del rapporto tra i mercati e la societ�.

Questo grande successo � stato reso possibile dal fatto che di fronte all’esaurirsi del vecchio modello socialdemocratico e di fronte all’ondata neo liberista si � avviato un grande processo di rinnovamento ideale e culturale della sinistra democratica. Vorrei dire a Massimo Cacciari, un mio grande amico, che in Europa si sono accorti che il vecchio modello era entrato in crisi anche prima che lui lo avvertisse. Poi, certo, il suo avvertimento suoner� prezioso. Ma se ne erano accorti da soli! Se non capiamo questo, non capiamo perch� la sinistra � tornata a governare.

In quest’opera di rinnovamento la sinistra ha saputo anche incontrare altre forze ed altre culture. Oggi si pu� parlare di una egemonia, di un primato del centro sinistra in Europa. N� la vecchia sinistra statalista, n� il liberismo selvaggio, n� una destra nazionalista oggi sono in grado di governare nell’epoca della globalizzazione. Il governo dei grandi paesi sviluppati in questa epoca richiede una sintesi tra le culture della solidariet�, della coesione sociale, delle nuove opportunit� con le culture liberali del mercato e della competizione. Questo sforzo di sintesi si � realizzato in Gran Bretagna per opera di Tony Blair nel new Labour, nelle condizioni peculiari, uniche in Europa di un sistema politico bipartitico. Ma questo stesso sforzo di sintesi si realizza in altri paesi europei attraverso una politica di alleanze, con l’incontro tra forze di ispirazione socialiste, laburiste, socialdemocratica con forze liberali cristiane ambientaliste. Cos� � in Olanda, dove governano insieme socialisti e liberali; cos� � in Austria e in Belgio dove governano insieme socialisti e popolari; cos� � anche in Francia, con quella "majorit� plurielle", che non a caso non � pi� e non si chiama pi� Union de la gauche. Mi scuserete per questa ricognizione. Sono cose note, ma a volte ribadire le ovviet� pu� essere utile. In Italia questo stesso sforzo noi lo stiamo compiendo con l’Ulivo, che si muove nel solco di una ricerca e di una esperienza continentale, e che ha in s� forse - lasciatemelo dire con un qualche orgoglio - qualcosa di pi�, perch� l’Ulivo non � soltanto un’alleanza fra partiti, ma � un’alleanza strategica, che si sforza di sviluppare un proprio comune profilo programmatico, e ha individuato una comune leadership che ne rappresenta la sintesi. Noi dunque siamo pienamente partecipi di una ricerca di un confronto, di uno sforzo di innovazione. Siamo pienamente partecipi. Per questo abbiamo interesse verso l’iniziativa di Tony Blair, che a partire da una conferenza che impegner� a maggio i laburisti inglesi e i democratici americani vuol arrivare entro un anno a coinvolgere altri partiti progressisti dell’Europa in una iniziativa comune. E’ un fatto positivo. Si comprende benissimo l’ambizione a gettare un ponte fra Europa e America, fra socialismo europeo e democratici americani. Non pensate che una sinistra che aspira, come noi aspiriamo, ad una funzione globale deve porsi il problema del rapporto con gli Stati Uniti, con le componenti democratiche di questo grande paese. Questo problema d’altro canto ha rappresentato gi� uno dei punti pi� rilevanti della riunione dell’Internazionale Socialista che si svolse - non casualmente - a New York. Noi, ci saremo in questa ricerca, in questi seminari, in queste conferenze. Ci saremo, naturalmente senza scambiare queste iniziative con la nascita di una nuova Internazionale socialista in contrapposizione a quella che c’�. Noi vogliamo rinnovare e stiamo rinnovando l’Internazionale socialista. Non pensiamo a queste iniziative come all’aprirsi di un conflitto fra due socialismi, uno moderno, l’altro arcaico tra i quali adesso dovremmo scegliere per dimostrare di essere davvero nuovi. Questo s� sarebbe un gioco antico! Lo stesso Blair, per altro, nell’indicare i partiti cui si rivolge in Europa la sua iniziativa, parla innanzitutto dei socialisti francesi e dei socialdemocratici tedeschi. Lui li invita, e noi invece veniamo invitati a scegliere tra gli uni e gli altri. Il che dimostra quanto sciatte siano certe semplificazioni e contrapposizioni. Mi ha fatto piacere che in quella intervista tra le forze richiamate vi siano anche gli italiani, insieme agli olandesi e ai portoghesi. In effetti � cos�. Noi siamo una forza innovatrice. E l’esperienza dell’Ulivo va nel senso della apertura, del confronto con altre culture, della collaborazione democratica. Il nostro progetto per dare all’Italia una sinistra pi� larga, pi� forte, pi� europea non � naturalmente contro l’Ulivo. Mira a rafforzare la scelta dell’Ulivo come alleanza e come strategia per governare il Paese. L’Ulivo non � nato spontaneamente, l’Ulivo � anche nella natura un albero che porta il segno della presenza umana. Noi siamo stati non ultimi credo tra quanti lo hanno ideato, progettato e fatto crescere dopo la sconfitta dei progressisti nelle elezioni politiche del 1994. L’Ulivo � una costruzione complessa. E ancora di pi� lo � l’alleanza che sostiene il governo del Paese che, come si sa, va oltre l’Ulivo. Partiti, tradizioni, culture e anche il sostegno prezioso di un certo numero di cittadini che hanno simpatie per l’Ulivo ma non si riconoscono in nessuno dei partiti che lo compongono. Questo � l’Ulivo. Consentitemi, il mio � un giudizio "pro veritate", perch� ci abbiamo messo mano. Questo delicato equilibrio � a mio giudizio una forza, una ricchezza che deve essere rispettata. Un disegno astratto, giacobino di "reductio ad unum" non affonda nella realt�, rischia di indebolire e di impoverire. Si dice che io non sia "ulivista". In effetti preferisco essere "ulivicultore" perch� sono tra quelli che preferiscono fare crescere e fruttificare. Noi abbiamo trovato la via dell’alleanza con il partito popolare, con altre forze e personalit�, di un mondo democratico moderato. E’ stata una alleanza che abbiamo fortemente voluto dopo la disgrazia nel ’94, quando ci presentammo divisi e fummo battuti. Abbiamo trovato la via di questa alleanza riconoscendo la funzione di queste forze e non prospettando loro di incorporarle in una sorta di movimento unico. Questo riconoscimento della autonoma funzione di queste forze vale non solo per le componenti moderate, ma anche per i Verdi, orgogliosi di una loro autonomia culturale, ideale. Questo non significa che questa diversit� organizzativa debba perdurare all’infinito. Ma preservare oggi questa alleanza, significa preservarla anche da chi ne � troppo entusiasta. Preservarla nella sua complessit� e nelle sue autonomie � il modo migliore per garantire il governo del paese e preparare un futuro che sar� anche oltre quello che noi oggi possiamo immaginare. Ma non bisogna confondere ci� che deve essere oggetto di riflessione, di studio, di ricerca con le scelte politiche. Le scelte di un grande partito sono scelte politiche. Questo vale per le forze che fanno parte dell’Ulivo, ma ancora di pi� per un partito come Rifondazione comunista che ha fondato la gelosa difesa della propria identit� addirittura sulla teoria - che io trovo discutibile - delle due sinistre. Eppure, la collaborazione di queste forze, costruita con pazienza e con fatica � quella che garantisce il governo dell’Italia e quindi � una risorsa preziosa. Noi vogliamo mantenerla nella convinzione che questa alleanza ha ormai radici profonde, che questa allenza non � per nessuno una scelta di convenienza, per nessuno. Io sono tra quanti guardano con molto scetticismo ai tentativi di ricostruire il centro, al lavorio di chi pensa che i popolari, o altre componenti moderate democratiche possano distaccarsi dall’Ulivo. Io nutro l’assoluta convinzione che la scelta di chi oggi governa l’Italia con noi � una scelta ideale, profonda e non reversibile.

Ho visto che alla fine anche il senatore Cossiga, dopo avere cercato di attirare a s� le forze in un entusiasmante progetto di ricostituzione della Democrazia Cristiana, ha dichiarato di essere a favore di Prodi. Io saluto questo dichiarazione con entusiasmo visto che Cossiga era partito per dividere l’Ulivo. Vuol dire che adesso abbiamo un sostenitore in pi�!

Un giovane, simpatico e combattivo vice segretario del partito Popolare ha detto: "Raccoglieremo la sfida che verr� da Firenze". Vorrei tranquillizzarlo: noi non siamo qui per sfidare nessuno, noi siamo qui per mettere in campo un nostro progetto, per rilanciare le ragioni della collaborazione verso tutti, verso chi � nell’Ulivo, ma anche verso Rifondazione comunista.

Perch� il valore del sostegno che Rifondazione comunista ha dato al risanamento del Paese � stato grande; e se noi avessimo avuto contro una sinistra massimalista il cammino verso l’Europa sarebbe stato molto, molto pi� difficile per il nostro Paese.

Da Rifondazione � anche ragionevole che venga uno stimolo utile sul terreno sociale, io spero meno ideologico, meno dominato dalla convinzione di essere l’unica forza che difende la classe operaia - una convinzione davvero pessimistica - e pi� aperto alla comprensione che forse possono esserci modi diversi di difendere la classe operaia, e persino di concepire la classe operaia nell’epoca dei lavori e della fine del modello fordista.

Vorrei dire a tutti: guardate a questo nostro lavoro senza diffidenza. Noi siamo impegnati in un’opera di costruzione. Dire ai nostri alleati che nel momento in cui ribadiamo che rispettiamo gli altri e che non abbiamo pretese egemoniche, tuttavia sentiamo il bisogno di una riflessione comune, perch� questa alleanza complessa di cui ho parlato deve sapere affrontare in modo nuovo i problemi che si pongono in un governo di coalizione. Lo dico con sincerit�, non come critica ad altri, ma come riflessione nostra. Non possiamo riproporre come talora accade l’immagine di un’alleanza rissosa di partiti, che somiglia troppo ad una vecchia Italia.

Per evitare questo occorre darsi gli strumenti per decidere insieme. Per questo noi siamo favorevoli a che nasca il progettato coordinamento nazionale dell’Ulivo, espressione democratica, non dei partiti, ma delle rappresentanze elette dai cittadini, come punto d’incontro, di corresponsabilit� del governo, delle forze nazionali con l’Ulivo che governa le citt�, le Provincie e le Regioni, per elaborare e portare avanti un progetto comune. Ed � importante che anche il Presidente Dini e Rinnovamento Italiano abbiano deciso di partecipare a questa costruzione, consolidando cos� quel rapporto con l’Ulivo che si costru� nella campagna elettorale. Io sono convinto che il sorgere di questo coordinamento dell’Ulivo aiuter� anche un rapporto pi� stabile, pi� ordinato e pi� collegiale con Rifondazione Comunista, che � secondo me necessario per garantire la stabilit�. Noi vogliamo la stabilit�. Noi abbiamo bisogno di stabilit� per fare le riforme, per affrontare il delicato passaggio dell’incontro tra l’Italia e l’Europa prima e dopo le decisioni sulla moneta unica, per completare la transizione e anche per svolgere in modo sereno l’opera costituente di questo nostro nuovo partito.

La nuova forza della sinistra sar� dunque una forza di stabilit� che sosterr� con lealt� e convinzione il governo di cui la sinistra � tanta parte. Noi siamo una forza politica leale e lungimirante. Se fossimo stati mossi da un disegno di potere, non sarebbero mancate le occasioni per realizzarlo. Noi abbiamo privilegiato la coerenza di una politica, di una politica che vuole costruire solidariet�, di una politica che vuole essere trasparente nel rapporto con i cittadini e con gli elettori, di una politica che guarda lontano, la politica di una sinistra che sa qual � il suo dovere verso l’Italia e che nello stesso tempo vuole affermare la sua identit� e le sue ragioni, il suo diritto a guardare oltre, oltre i confini del nostro Paese, oltre la stagione che stiamo vivendo.

Care compagne e cari compagni, le ragioni di questa sinistra moderna sono profonde, soprattutto oggi nel iun momento in cui si apre la sfida per il governo del pianeta. La mondializzazione contiene in s� certamente pericoli di esclusione e di diseguaglianza, ma anche enormi opportunit�. Mutano le forme dell’apprendimento, del lavoro, della socialit�. La tecnologia brucia le tappe. Dal secolo scorso l’et� media della vita umana � quasi raddoppiata. Si vive di pi� ed in molti Paesi meglio. Ma rimangono aperte contraddizioni esplosive, aree di miseria e di sottosviluppo, popolazioni affamate e gradi di mortalit� incompatibili con qualunque nozione di civilt�. Una sinistra moderna sa guardare a questi processi con equilibrio, sa distinguere, sa indicare le giuste priorit�. Sa sottrarsi nel nome di una cultura critica sia al rischio di un catastrofismo senza speranze, sia al rischio di un’apologia senza principi.

Noi dobbiamo ricercare gli strumenti per intervenire nei grandi processi storici e per affermare le nostre ragioni. Oggi non si confrontano pi� due blocchi, due modelli di sviluppo di societ�. Le societ� sono molte di pi�, le diseguaglianze non sono affatto superate. Ma questo complesso di problemi � parte di un sistema unico, dove le soluzioni vanno ricercate insieme, oltre divisioni e fratture tipiche dell’epoca che si � chiusa. In questo quadro la sinistra non deve solo cambiare la sua agenda, ma darsi pi� respiro, ampliare l’orizzonte dei suoi referenti, cambiare il modo di guardare le cose del mondo. A cominciare dai grandi problemi, dalle grandi sfide che ci impegnano e che ci impegneranno. La prima resta quella essenziale: costruire la pace. La pace oggi non � soltanto l’assenza di guerra, ma � un modo di stare insieme, di convivere, che tutti debbono conquistare, che comporta anche tolleranza, ascolto, comprensione delle culture, delle idee degli altri. Perch� la fine della guerra fredda ha salvato il pianeta dall’incubo di un conflitto nucleare generalizzato, ma non ha evitato, anzi per certi versi ha persino aggravato nel nuovo disordine del mondo, i rischi di crisi e di conflitti. E dunque la sinistra che si � battuta per decenni contro i pericoli di una guerra devastante ma in fondo virtuale, oggi deve ricercare soluzioni per conflitti pi� circoscritti ma tragicamente reali. Il primo problema � quindi conferire autorit� vera alle istituzioni internazionali, impedendo che la logica di potenza si sostituisca ai vecchi equilibri. Pace e sicurezza si devono affermare sulla base di un nuovo diritto internazionale, di nuove regole che garantiscano il rispetto della sovranit� e dell’autodeterminazione e prevengano l’insorgere di nuove crisi. In questi giorni l’attenzione di tutti noi � rivolta alla crisi irachena. Vedete, io non credo che la sinistra possa di fronte alle minacce alla sicurezza internazionale escludere in linea di principio il ricorso alla forza. D’altro canto, quando l’Iraq invase un altro paese sovrano, la comunit� internazionale intervenne su mandato delle Nazioni Unite, e quella scelta fu dolorosa ma inevitabile. Oggi Saddam Hussein, il dittatore iracheno, rifiuta di dare libero accesso agli ispettori dell’Onu, alimentando dubbi inquietanti sulla natura di certi impianti industriali dove si sospetta che si costruiscano armi di distruzione. Questo problema � grave, e noi certamente non lo sottovalutiamo. Occorre comunque rispettare i principi della legalit� internazionale, e riaffermarli ogniqualvolta essi vengano messi in discussione. Rispettando tuttavia due principi: il fatto che le decisioni in questa materia spettano alle Nazioni Unite e non a singole potenze, e il fatto che le reazioni della comunit� internazionale debbono essere commisurate alla gravit� delle violazioni in atto. E poi occorre tenere presente che la prima grande reazione � sempre la reazione dell’agire politico. Io non credo che una forza responsabile possa non porsi il problema delle conseguenze che un’azione militare avrebbe sui gi� fragili rapporti con il mondo arabo, sul difficile processo di pace in Medio Oriente, su tutto il Mediterraneo. E’ sempre pi� forte la sensazione che Saddam Hussein e la sua dittatura si alimentano proprio in questa spirale di manicheismo, di odio, che non risolve alle radici il problema politico di fondo, quello di un assetto stabile e sicuro per tutti i popoli dell’area. Noi non vorremmo davvero infliggere al popolo iracheno la doppia punizione: quella che viene da una dittatura feroce e quella che viene dalle bombe che piovono dal cielo.

Noi dobbiamo considerare che esiste un mondo arabo, una coscienza araba, un modo di guardare a questo problema di milioni e milioni di esseri umani che pensano diversamente da noi. Oggi un grande quotidiano italiano ha pubblicato un articolo molto bello, di uno scrittore arabo, Ben Jelloun, che non � certo amico di Saddam Hussein, e ci fa capire come quel mondo consideri la crisi alla quale noi guardiamo da questa altra sponda del Mediterraneo. Per questo io credo che l’iniziativa del governo italiano, di rilanciare la ricerca di una soluzione politica, di investire di una pi� forte responsabilit� le Nazioni Unite, � una iniziativa giusta, una iniziativa che coglie il complesso ordine di problemi che sono di fronte a noi, che invita a non dare per scontato che ci sia soltanto la strada delle armi, che fa appello alla ragione e all’azione politica. Ed � in questo senso che ho ritenuto giusto scrivere a Tony Blair, un leader che stimiamo e che riteniamo possa intendere queste ragioni. Questa � la nostra visione delle cose: una pace duratura, effettiva, implica il rispetto delle regole ma anche il rispetto delle culture, la tolleranza reciproca, la capacit� di convivere con le differenze. Cos� torna con la forza delle cose, l’idea suggestiva di una educazione all’altro, la costruzione paziente di una comunit� mondiale, obiettivo ambizioso e pur nulla velleitario. Torna anche soprattutto di fronte a tragedie che non sappiamo che non riusciamo a spiegarci con le nostre vecchie culture dal dramma che si consuma in Algeria, spaventoso, a quello delle donne afgane alle quali viene impedito il diritto di essere persone. In questi luoghi della terra, in cui maturano conflitti non pi� governabili con gli strumenti del passato, torna la necessit� della politica e matura lo spazio di una nuova sinistra. Di una sinistra capace di superare l’orizzonte limitato dei suoi confini geografici e culturali, di quel vecchio industrialismo nel quale la sinistra � cresciuta e che ha prodotto in Occidente un avanzamento di diritti individuali e di cittadinanza, il parziale superamento dello sfruttamento del lavoro minorile, la riduzione progressiva del tempo di lavoro, l’irrompere delle donne nel mercato. Ma oggi i luoghi e i modi della produzione sono cambiati in modo vertiginoso e cos� la sfida si ripropone su scala infinitamente pi� grande, rispetto al secolo che � passato. Le grandi imprese non sono pi� nazionali. La grande impresa integrata si destruttura e decentra produzioni, differenzia prodotti. L’industria invade in forme inedite il mondo che non ha mai conosciuto l’industria. E di fronte a questi colossali cambiamenti, due cose una sinistra moderna, intelligente non pu� fare: pensare di difendere le nostre cittadelle, i nostri territori insidiati dai cambiamenti; oppure limitarsi a denunciare le condizioni di lavoro di individui che altrove lavorano s� nello sfruttamento, ma che prima non stavano affatto meglio. La sfida � invece accompagnare e organizzare il cammino verso il benessere di alcuni miliardi di persone che si batterrano nei prossimi dieci-venti anni, per ottenere legislazioni sociali, diritti sindacali, assistenza sanitaria, scuola, ospedali, per s� e per i propri cari. Cos� la sinistra pu� rimotivarsi, riaffermare un proprio progetto, ricostruire una prospettiva storica nella quale alla mondializzazione dell’economia si accompagni la mondializzazione dei diritti umani, dei diritti sociali, dei diritti del lavoro.

Ed � cos� che va affrontata l’altra grande sfida del nostro tempo quella dell’equilibrio ambientale del pianeta. Si � parlato poco nel nostro Paese della conferenza di Kioto nella quale i governi del mondo hanno preso atto della gravit� del problema che � di fronte a noi, e per la prima volta la consapevolezza del rischio di catastrofe ecologica ha spinto ad un programma che comporta un mutamento nell’uso delle risorse, nella produzione, nel consumo, nella gestione di merci e infrastrutture. Il protocollo finale, che anche noi abbiamo sottoscritto, oltre ad avere conseguenze sul commercio, sul reperimento delle materie prime impegna ad operare una riduzione delle emissioni inquinanti del 5,2% nei prossimi 10/14 anni. Se davvero vogliamo prendere sul serio questa decisione storica, � la politica mondiale che deve alzare lo sguardo verso il futuro ad interrogarsi seriamente sulle sue strategie, a introdurre nuove tecnologie ecologiche flessibili e meno inquinanti. In fondo questa � una delle mete indicate da Delors nel suo libro bianco, il passaggio dal mito di una crescita illimitata all’obiettivo di uno sviluppo sostenibile e duraturo.

Ecco dunque l’agenda della sinistra nel mondo: pace, democrazia e diritti umani e sociali, la sfida ambientale. Questi sono i temi, che definiscono nuovi confini per la politica e per la sinistra, ma ripropongono anche le nostre antiche ragioni di esistere. E indicano la necessit� di una politica della sinistra mondiale.

Ma che cosa testimonia, se non questa capacit�, l’evoluzione continua, l’allargamento progressivo, dell’Internazionale Socialista? Proprio quando molti la ritenevano spacciata, travolta dal crollo del comunismo, la sinistra ha trovato la leva di una sua espansione inedita. Una crescita larghissima e diffusa, dimostrazione evidente di come il comunismo fosse un limite fondamentale al suo libero sviluppo.

Dopo l’89 centinaia di nuovi partiti, movimenti, aggregazioni politiche sono sorte ed hanno individuato nell’Internazionale Socialista un referente.

Questa � la grande novit� del dopo ’89. E l’accelerazione di queste tendenze ha assunto col tempo una dimensione persino clamorosa.

I dodici partiti, tutti rigorosamente europei, che l’Internazionale Socialista organizzava nel 1951, erano divenuti poco pi� di 40 alla fine degli anni ’60, e ancora in netta prevalenza espressione della socialdemocrazia europea. Solo con la presidenza di Willy Brandt si aprono le porte ad altri continenti. Quando crolla il Muro di Berlino le forze che ne facevano parte erano circa 70. Ma sono bastati pochi anni perch� siano di fatto raddoppiate: 140 movimenti politici di 110 paesi del mondo, con pi� di 30 nuove richieste di adesione da esaminare nel prossimo futuro.

Queste sono le cifre. E sono proprio i partiti di centro-sinistra, ad esempio in tutta l’America Latina, ad aver aderito, non le forze pi� radicali, a volte eredi della guerriglia.

Tutto questo accade perch� l’universalismo che aveva ispirato la sinistra del ‘900, ma che si era scontrato con la Guerra fredda ed un mondo diviso, recupera una prospettiva storica proprio perch� il mondo torna ad essere unico.

E’ la grande occasione che ha la sinistra per dotarsi di un pensiero globale, per ricostruire un legame tra storia, politica e utopia, una storia che torna a fondarsi sui valori della libert�, della emancipazione, della giustizia sociale.

Un’utopia non pi� slegata dai processi storici ma che riacquista un senso politico dentro il mondo reale delle sue trasformazioni. La sinistra, insomma, pu� riacquistare il "senso storico" della politica e, dunque, una sua progettualit�. La stessa aporia di Dahrendorf sulla "quadratura del cerchio" ci appare meno lontanta. Forse la sinistra pu� tornare a pensare il mondo.

Lo possiamo fare perch� anche la sinistra, come il mondo, � oggi una soltanto. Ed ha un unico organismo politico dotato di ambizioni di governo "mondiale". Una sede dove si incontrano, membri di una stessa organizzazione internazionale, i laburisti israeliani e Yasser Arafat; il Pasok greco, l’Edek cipriota e i democratici turchi. Lo Janata Dal al governo dell’India e pressoch� tutte le forze non nazionaliste che si battono, nell’area balcanica, per la nascita di societ� multietniche e pacificate. In questo contesto la sinistra italiana pu� giocare la sua parte, abbiamo idee, esperienze, persone da mettere in campo.

Pochi giorni fa Norberto Bobbio su l’Unit� ha riproposto l’identificazione della sinistra storica con l’aspirazione all’uguaglianza. Ha ragione. Il valore dell’uguaglianza ha distinto la sinistra dalla destra anche se una visione finalistica della storia ha finito col ridurre quell’aspirazione ad un vuoto egualitarismo, ad un appiattimento dell’individuo, ad un annullamento delle differenze. Anche per questo oggi � necessario che la sinistra, tramontate le filosofie della storia, riparta dall’individuo e dall’uguaglianza delle opportunit� che a ciascuno vanno garantite. Riparta dal merito, dal talento, dalla soggettivit� e dal valore delle differenze. Solo in questa chiave � possibile costruire nuove mediazioni e nuove solidariet�. E’ il concetto stesso di democrazia - di patto democratico che deve mutare in profondit�. Perch� cresce una domanda di autonomia e cio� la richiesta di controllare le proprie condizioni di vita. E questa domanda evidenzia contraddizioni antiche e recenti. Non c’� pi� un senso della storia, una rivoluzione prevedibile degli eventi a dominare la ragione. Ci sono donne e uomini, cittadini di un mondo che ha smarrito i vecchi confini e deve regolare in forme nuove la cittadinanze di tutte e di tutti. Ma chi se non la sinistra possiede gli strumenti per partecipare a questa prova. Chi pu� riconnettere se non la sinistra con la domanda di autonomia e di libert� le scelte di vita con una gerarchia di valori, con un nuovo patto sociale. Se una societ� – come accade in Italia – non � in grado di produrre mobilit� nel campo dell’economia, delle professioni, o se intere generazioni sono condannate a correre su di un tapis roulant che li fa stare fermi, chi se non la sinistra ha il compito di smascherare questo inganno? Chi ha interesse a rimuovere gli ostacoli che impediscono la promozione di tanti giovani che vivono in una societ� chiusa e asfittica?

Vedete allora cos�, come � possibile ridare attualit� ad antiche, nobili parole d’ordine della sinistra, facendole concretamente vivere nella societ� di oggi, facendo emergere una visione critica dell’attuale assetto sociale. Questa � la sinistra che vogliamo. Moderna, critica, pienamente inserita nel mondo che cambia. Una grande forza che guarda al futuro con fiducia. Non una sinistra angosciata, avvolta nella discussione sui propri errori, che deve lasciare definitivamente il posto ad una forza giovane, orgogliosa e rinnovata. La sinistra prende le mosse da qui cercher� nuove forme per la sua organizzazione. Rispettosa delle diversit�, tali da consentire a tutti di sentirsi parte fondante di un edificio comune e non ospiti in casa d’altri. Il simbolo, il nome di questa forza, rifletteranno la natura plurale e richiameranno i valori fondanti di una sinistra democratica, europea e moderna.

Noi presentiamo un simbolo che se verr� accolto nella consultazione democratica dei militanti di questa nuova forza, sar� quello con il quale andremo alle prossime elezioni amministrative e che segner� anche nell’immagine l’apertura di un nuovo cantiere. Poi, alla fine, tra un anno, nel congresso che concluder� la fase costituente, lo assumeremo, cos� spero, come il segno definitivo di questa nuova forza. In questo simbolo accanto alla quercia che � il segno di una svolta che si � posta al servizio di tutta la sinistra c’� la rosa del socialismo europeo, che � il futuro, � il presente e il futuro dell’Italia e della sinistra italiana.

Gli altri simboli sono patrimonio di ciascuno di noi. Vedete, quando noi mettemmo ai piedi della quercia il simbolo del P.C.I., era chiaramente l’inizio di una transizione. Cos� fu e cosi fu detto. Non avrebbe senso che quel simbolo che appartiene soltanto ad una parte fosse alle radici di una quercia che ora vuole essere di tutti. Gli altri simboli restano nella memoria e nella coscienza di ciascuno di noi. Vi restano con orgoglio per quanto riguarda me e tutti quelli che hanno sempre riconosciuto in quel segno che oggi abbandoniamo una forza morale ed una radice democratica. Ma � stato giusto cambiare. E se � stato giusto cambiare sette anni fa, tanto pi� � giusto cambiare oggi, quando insieme ad altre e ad altri ci incamminiamo su una nuova strada. Ora siamo i democratici di sinistra, donne e uomini che fondano una forza nuova per rinnovare i valori di libert�, di democrazia, di eguaglianza e di giustizia, che attraverso mille traversie ci hanno portato sin qui. E da qui insieme ci consentano di guardare avanti e di costruire il futuro. Grazie.

Massimo D'Alema



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